Gruppo Indagine

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DESPLAZADOS

Fotografie di Giorgio Palmera
Testi di Gino Bianchi
Photoediting di Paola Riccardi

In Colombia ci sono oltre 5 milioni di profughi, soprattutto indigeni e afro-colombiani, che a causa del conflitto interno tra Governo e gruppi armati sono stati costretti ad abbandonare le aree agricole per rifugiarsi ai margini delle città in campi profughi improvvisati, vivendo in condizioni di abbandono e miseria. La lotta armata è cominciata nel 1964 con la nascita delle FARC (Forze Armate Colombiane Rivoluzionarie), ma i profughi interni colombiani si sono accumulati negli ultimi 25 anni, da quando la coltivazione e il traffico di stupefacenti sono diventati la fonte primaria di finanziamento dei vari attori armati: il controllo delle aree di produzione e dei “corridoi” per il traffico di armi e sostanze illecite è diventato di importanza strategica e la violenza è il metodo di controllo sulla popolazione che le abita. Le statistiche ufficiali parlano di circa 6,5 milioni di ettari di terra abbandonati o espropriati, circa il 12% della superficie del paese.
Anche se nel Giugno del 2011 il Governo Colombiano ha avviato una politica di risarcimento per i contadini espropriati per restituire loro le terre, ogni giorno centinaia di persone si riversano nelle periferie della città.
Nonostante i colloqui di pace avviati nel novembre del 2012, il conflitto continua. Girando per le strade di Bogotà, affollate e chiassose, lungo le larghe avenidas che scorrono tra grattacieli di cristallo e parchi rigogliosi, centri commerciali e negozi di cianfrusaglie, si vedono tra i cartelloni pubblicitari che reclamizzano jeans, birre o costumi da bagno indossati da bellissime ragazze bionde, le foto di uomini dai volti duri con abiti da contadino, indigeni in abiti tradizionali con gli occhi spenti, bambini dall’espressione terrorizzata. La scritta nel sottopancia recita qualcosa come “sono un desplazado, sono un tuo compaesano”; ce n’è uno a poche centinaia di metri dalla Unidad Administrativa Especial de Gestión de Restitución de Tierras Despojadas Ministerio de Agricultura y Desarrollo Rural, dove si va per il riconoscimento dello status di desplazado e si fanno le pratiche per la restituzione di terra per le vittime della violenza.

Abbassando gli occhi alla strada si possono incontrare alcune di quelle facce che si aggirano tra le automobili in attesa al semaforo che elemosinano qualche moneta, o che dormono in qualche angolo, nascosti alla vista dalle gambe frettolose dei passanti. Con oltre 5 milioni di profughi (stimate a Novembre del 2013) la Colombia è il secondo paese al mondo per profughi interni, cioè che si spostano all’interno dei confini nazionali perché evacuati o in fuga dalle zone di conflitto. Sono tutti contadini delle province più isolate del paese che per sopravvivere abbandonano la terra e si riversano nelle grandi città non in cerca di una vita migliore, ma solo per continuare a vivere, certi di trovare una via di fuga dalla violenza e la presenza dello Stato: per questo Soacha, un municipio a pochi chilometri di distanza da Bogotà, ospita il più grande campo profughi del paese con oltre 40.000 persone. I desplazados

ART OF RESISTANCE

A Gaza esiste un’incredibile, inimmaginabile e fervente attività artistica di cui quasi nessuno sa niente. I mezzi d’informazione non ne parlano, preferendo dare notizie di morti e distruzioni invece di segnalare le molteplici manifestazioni di chi lotta pacificamente ed esistenzialmente in nome dei valori dell’arte. Cosa spinge gli uomini che abitano questa terra disgraziata alla necessità assoluta di esprimersi attraverso l’arte? Credo che l’arte sia, per queste persone, un grido estremo di speranza e di voglia di esprimersi, di conoscersi, di stringersi in un abbraccio che nasce da una società assediata incapace di intravedere soluzioni politiche a breve o medio termine. Mi sono subito appassionato agli artisti che operano in questa massacrata terra, dove avviene una vera e propria sperimentazione in corpore vili, non solo di armi sempre più perfezionate bensì di qualcosa di assai più tremendo: il tentativo di distruzione dell’uomo attraverso la distruzione del suo sistema psicologico, del suo sistema nervoso, che gli sottrae progressivamente la certezza non solo della sua esistenza ma anche di quella degli affetti a lui più cari. Questa sperimentazione in atto a Gaza non è nient’altro che la possibilità della mutazione psicologica dell’individuo che subisce tale perversione. Incontrando gli artisti di Gaza ho compreso che per loro fare arte è una necessità, un’urgenza e soprattutto una concreta forma di sopravvivenza e di reazione. L’unica contro-guerra che queste persone sono in grado di esercitare in quelle condizioni con armi volutamente ed esclusivamente pacifiche. Sostenerle, allora, significa partecipare a una guerra, la loro guerra quotidiana, fatta in nome dell’arte, con l’arte e attraverso i mezzi dell’arte. Quello che mi ha colpito di molti di questi artisti rispetto a quelli europei è il fatto che abbiano sempre un occhio attento all’educazione del loro avvenire, che non è più tanto, e non solo, il loro ma è l’avvenire dei figli e il loro orgoglio. È incredibile e meraviglioso constatare quanti si dedichino all’educazione artistica dei bambini, dei meno fortunati, dei menomati o malridotti di guerra, riconquistandoli attraverso l’arte per creare un futuro e far sì che essi diventino gli uomini di domani.” text by Andrea Camilleri Ambientale/Socio-culturale Il Laboratorio è stato allestito nel campo profughi di Deisheh, nei pressi di Betlemme, popolato da circa 13.000 abitanti che vivono dell’assistenza dell’UNRWA e di cui il 60% sono bambini; nel campo vi è un alto tasso di disoccupazione e le condizioni abitative sono precarie. L’unico centro d’aggregazione giovanile è il centro culturale IBDAA www.vivalapacenelmondo.it

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I FANTASMI DI ROSARNO

Il Gruppo Indagine FSF è tornato a Rosarno un mese dopo la grande caccia all’uomo dei primi di gennaio 2010.

Dei duemila ragazzi africani prima aggrediti e poi cacciati frettolosamente, qualcuno è tornato in cerca dei propri effetti personali; qualcun’altro è rimasto nascosto fuori dal paese perché non sa dove fuggire, in attesa di un’ultima giornata di lavoro mal pagata prima della fine della stagione di raccolta.

I campi di arance, nel frattempo, restano coperti dalle tonnellate di frutti per il quale pare non esserci più un mercato. Ambientale/Socio-culturale Il Laboratorio è stato allestito nel campo profughi di Deisheh, nei pressi di Betlemme, popolato da circa 13.000 abitanti che vivono dell’assistenza dell’UNRWA e di cui il 60% sono bambini; nel campo vi è un alto tasso di disoccupazione e le condizioni abitative sono precarie. L’unico centro d’aggregazione giovanile è il centro culturale IBDAA www.vivalapacenelmondo.it

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