Giorgio Palmera discute su FSF nella storia.
È il 16 dicembre 2009. La sala conferenze dell’Associazione Imago di Palermo si riempie. L’incontro organizzato per questa giornata è diverso dagli altri. Non è una conferenza sulla storia della fotografia, né su uno specifico genere di fotografia. L’impressione oggi è che si vada più in fondo alla missione di un fotografo, al suo aspetto umano. Giorgio Palmera, presidente di FSF, racconta le sue esperienze, e non sembra essere solo. La voce esce corale: i nostri ragazzi, ripete, o i nostri collaboratori. La lezione è importante e salta agli occhi. La fotografia è il mezzo, certo quello che un pubblico di fotografi o fotoamatori come noi può apprezzare, ma pur sempre un mezzo per esprimere se stessi, per liberare un’identità e, lasciando le manie di protagonismo da reporter, aiutare a liberare anche l’identità di un altro. In una società che impone la sua visione del mondo precostituita, dare la possibilità proprio a dei ragazzi che vivono realtà difficili, di esprimersi compiutamente, di liberare la loro visione del mondo, di avere una prospettiva in più, è un atto di amore verso l’umanità e anche verso se stessi. Perché dalla libertà di espressione, di autoconsapevolezza, di un altro, ne guadagniamo tutti. Una ricchezza senza portafoglio. La cosa che più colpisce di questa associazione è la loro visione delle frontiere, e il nome appare semplicemente perfetto. Non ci sono nel mondo frontiere che non si possano superare, si può arrivare ovunque: Uganda, Palestina, Saharawi. Ma non sono le uniche. L’aspetto più sorprendente è che chi fa parte di FSF non ha paura delle frontiere più profonde, quelle che ci portiamo dentro, quelle culturali certo, ma anche quelle prettamente personali. Non c’è lezione più grande che si possa dare che mettere una macchina fotografica in mano a un ragazzo, come una penna o un pennello, e dirgli sii te stesso, con la tua storia, col tuo bagaglio di esperienze, con la tua specifica sensibilità. E tutto viene messo in circolo. Ricerca, consapevolezza, dono. Sapere che i laboratori hanno una lunga durata, ci dimostra ancora di più la serietà della cosa. Le foto scorrono sul monitor una dopo l’altra. Attraverso esse viaggiamo nei luoghi, conosciamo la storia del nostro secolo, ma soprattutto ascoltiamo gli uomini. Tolti i pregiudizi, e anche la presunzione di sapere com’è l’altro, come vive, le fotografie dei laboratori di FSF non sono solo dei semplici oggetti di carta; nascondono l’intrinseca ambiguità della fotografia che diviene un mezzo portentoso di verità soggettiva.
Citazione di Cesare Beccaria: “Non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi l’uomo cessi di essere persona, e diventi cosa.” Anche i fotografi spesso se ne dimenticano, ed è questo che invece FotografiSenzaFrontiere ci ricorda.
Audrey Treccenere