Da Ashdod e Tel Aviv, Israele.

Da Givat Yona, il promontorio alle spalle del porto di Ashdod, è possibile vedere ormeggiate a largo le navi della Freedom Flottilla, il convoglio che intendeva raggiungere Gaza per portare aiuti umanitari e che invece è stato intercettato dalla Marina Israeliana e dirottato qui.
La notte tra il 30 e il 31 Maggio un commando dell’IDF (Israelian Defence Force) ha assaltato la Mavi Marmara, la nave passeggeri con a bordo 600 attivisti di cui 9 sono stati uccisi nell’atto di impedire che il convoglio forzasse l’assedio che stringe Gaza da più di un anno.
Il pretesto è stato la volontà da parte del governo Israeliano di non far giungere nelle mani di Hamas materiale potenzialmente pericoloso, anche se le organizzazioni che hanno dato vita al convoglio hanno sempre dichiarato trattarsi di materie prime per la costruzione, alimenti e aiuti umanitari.
Da qui si vedono anche le vedette della Marina Militare che rientrano.
Ci sono giornalisti e tv a Givat Yona, ma anche un centinaio di nazionalisti israeliani che ognuno per proprio conto hanno deciso di raggiungere il promontorio per mostrare il loro sostegno all’operato dei militari. Portano con se bandiere con la stella di Davide e cartelli con su scritto “Well Done IDF” (Ben Fatto IDF).
«Siamo qui per dire ai nostri ragazzi che hanno fatto bene il proprio lavoro», dice un anziano signore in bermuda e berretto bianco, mentre sventola orgoglioso la sua bandiera. «Le persone che hanno cercato di fermare i nostri militari sono dei terroristi. Questo è il nostro paese, abbiamo il diritto di difenderci». Questo è il sentimento comune tra questa gente. Nessun aiuto umanitario a bordo di quelle navi, ma solo armi per aiutare Hamas a continuare a minacciare Israele.
I cori si susseguono, inneggiano all’uccisione di tutti gli arabi, al diritto israeliano di difendersi, di difendere la propria terra. «Quello che vuole l’Europa è che si lascino arrivare i missili a Gaza e che ci uccidano tutti perché siamo ebrei! Gli ebrei si possono uccidere, non è un reato, questo è quello che dicono i Paesi che chiedono la fine dell’assedio di Gaza. Nel ‘40 hanno lasciato che fosse Hitler a sterminarci, ora danno carta bianca agli arabi: li finanziano, danno loro i premi Nobel…mai più!». Neanche l’ombra del sospetto che si trattasse realmente di aiuti umanitari, nessuna perplessità sul sangue versato. Questi uomini e queste donne sono venuti quassù per reclamare il proprio diritto a difendersi, contro tutto e contro tutti.
Anche la versione dei fatti ufficiale, fornita dal Tenente Colonnello della Marina Militare Avital Leibovich, parla di un’aggressione da parte degli attivisti subita dai commandos israeliani mentre salivano a bordo della Mavi Marmara e questa versione è quella che convince i dimostranti.
Il loro è un diritto sacro e inviolabile, così dice un altro manifestante: «La Bibbia dice che Dio ha stabilito che la terra d’Israele ci appartiene: possono fare ciò che vogliono, devono sapere che stanno combattendo contro di Lui. Dio è la nostra arma segreta».
Continua ad arrivare gente, sono tutti in attesa del rientro delle navi vedetta, dei loro eroi. È un coro unanime che non accetta nessuna contestazione, neanche quella di due ragazze arabo-israeliane che vengono aggredite e subissate di fischi non appena si avvicinano al corteo: non c’è spazio per altre ragioni, si impedisce addirittura ai cameraman e ai giornalisti di riprenderle e intervistarle.
Quello di Gaza è un nervo scoperto che alimenta ogni tipo di reazione. Quella di Ashdod non è l’unica manifestazione in Terra Santa, un po’ ovunque nella West Bank e in Israele le piazze si riempiono di gente e di cortei. Le radio rimbalzano le dichiarazioni del mondo arabo: Ahmadineijad annuncia che è giunta l’ora di scagliare missili contro Israele, gli Imam delle città palestinesi inneggiano alla ripresa della lotta e al bombardamento di Tel Aviv.
Ma se quelle del mondo arabo sono reazioni in qualche modo scontate, il dissenso interno allo stato d’Israele è quello che fa più rumore.
Alle sette di sera a Tel Aviv, davanti la principale caserma dell’IDF, diverse centinai di manifestanti si dà appuntamento per protestare contro l’aggressione delle forze armate al convoglio di aiuti umanitari e contro l’assedio di Gaza.
Ci sono molti attivisti della sinistra, dagli anarchici contro il muro al partito comunista, ma anche tanta gente comune che non si riconosce nella politica del paese. «Credo che ci sia un’enorme differenza tra ciò che vuole la gente comune e ciò che vogliono i politici. Israele sta conducendo una politica violenta e ingiusta che non può fare altro che alimentare odio e violenza. Non dico che Hamas abbia il diritto di sparare missili contro gli insediamenti, ma che non è questo l’inizio della storia; c’è tutto un background di violenza e ingiustizia, siamo noi i primi responsabili».
I cori che si levano sono per il boicottaggio di Israele e si chiede alla comunità internazionale di prendere finalmente una posizione ferma contro l’assedio e contro le ingiustizie che ogni giorno vengono perpetrate nei confronti dei palestinesi.
Un esponente del movimento Donne per la Pace non usa mezzi termini: «Per anni il governo israeliano ha fatto impunemente ciò che voleva grazie al supporto politico, economico e diplomatico di tanti paesi. È tempo di fermare questo appoggio. Chiediamo ai cittadini di tutto il mondo di boicottare Israele e fare pressione affinché finalmente paghi il prezzo delle sue azioni. L’assedio di Gaza di questi ultimi anni è una forma terribilmente cruenta di violenza, non può essere giustificato in alcun modo».
Queste sono le prime reazioni all’assalto della Freedom Flottilla, un’azione che rischia di avere serie conseguenze, sia in politica estera che in politica interna senza, che sia possibile pronosticare chi sarà a farne le spese.

di Gino BianchiGruppo Indagine FotografiSenzaFrontiere ©riproduzione riservata

fotografie di Giorgio Palmera – Gruppo Indagine FotografiSenzaFrontiere