Betlemme, Dheishe Camp, Maggio 2010.

2010-05-24 - Centro culturale IBDA’A (03)

Passate non poche e non facili frontiere FSF è arrivata a destinazione!
Volevamo tornare in Palestina per continuare con i laboratori avviati alcuni anni fa ed eccoci finalmente qui. Un magico destino si è avverato. Da una parte con l’asta Auction4Action dello scorso Febbraio da Sotheby’s a Milano siamo riusciti a raccogliere i fondi necessari per una prima missione, dall’altra abbiamo incontrato Meri Calvelli, una cooperante italiana che lavora in Palestina dalla prima Intifada collaborando con diverse organizzazioni locali che negli ultimi tempi le stavano facendo pressione proprio per realizzare dei workshop sull’uso dei mezzi di comunicazione.
Abbiamo unito le forze ed è nata l’idea: dare vita a dei laboratori nei campi profughi di Dheishe a Betlemme e di Balata, presso Nablus.
Arriviamo a Tel Aviv la notte del 6 Maggio, Meri ci aspetta all’aeroporto, il tempo di una sigaretta e via, direzione Betlemme. Già il primo giorno nel campo profughi cominciamo il corso di fotografia. Appuntamento al Centro Culturale IBDA’A alle 15. L’IBDA’A è una struttura che gestisce molte attività nel campo profughi, dalla sanità all’educazione, alle attività per i ragazzi. Un luogo che cerca di offrire ai più giovani delle occasioni per non rimanere in strada, per crescere coscienti e solidali. Il laboratorio di fotografia di FSF è parte di questa strategia di resistenza all’invasione israeliana.
Abbiamo otto alunni, cinque ragazzi e tre ragazze dai 13 ai 17 anni. Arrivano alle lezioni sorridenti ed eccitati, per niente in imbarazzo, forse perché fin troppo abituati ai “cooperanti” che vengono nel campo per progetti di solidarietà. Partiamo spediti con la presentazione, e per fortuna è con noi Moajad, uno dei ragazzi più grandi che ci fa da interprete, perché i ragazzi non parlano molto bene l’inglese. Nonostante la difficoltà della lingua, gli allievi si dimostrano svegli, seguono con attenzione le spiegazioni di Giorgio e fremono per prendere in mano la macchina fotografica. Diamo loro anche dei registratori chiedendogli di intervistarsi reciprocamente.
Sarà per la lingua, ma le interviste non arrivano. In compenso hanno scattato una montagna di fotografie; certo, non perfette, qualcuna troppo scura, altre troppo chiare, in una sono tagliate le gambe e un’altra è un po’ confusa, ma in generale sembra che le prime nozioni siano state assimilate. Si fa successivamente lezione sui loro scatti, si discutono gli errori e si cerca di capire come correggerli. I ragazzi seguono con interesse la teoria, ma mordono il freno per scattare, quindi si decide: tutti fuori a fotografare, come desiderano loro. Li seguiamo a distanza mentre s’infilano nei vicoli e salgono sui tetti. Hanno voglia di raccontare la vita nel campo e sembra che abbiano già le idee chiare sui loro soggetti. Scattano molti ritratti. La dimostrazione ce la dà Yazid, un ragazzino piccolo piccolo, con gli occhi neri e vispi, che ha fatto lo sforzo di tradurre in inglese la sua intervista: sua nel senso che si è fatto intervistare da un altro compagno per presentarsi, un minuto e mezzo in cui si racconta. Yazid si è fatto domandare come sia vivere in un campo profughi e risponde che vorrebbe avere un’infanzia come i bambini di tutto il mondo, senza soldati che ogni tanto arrivano nel campo per fare le perquisizioni a tutti.
Siamo eccitati anche noi, il lavoro sembra prendere forma.
Visti i progressi, abbiamo assegnato ai nostri allievi il compito di realizzare dei reportage a loro scelta, discutendo i temi insieme: Yazid vuole realizzare un ritratto del padre morto; Tala ha scelto come tema il Muro; Gahaaida vuole raccontare la storia del nonno, arrivato qui nel campo nel’48 a seguito dei primi espropri; Kahalil invece ha scelto la vita quotidiana nel campo, ma in generale il tema prevalente sono gli anziani, quelli che hanno perso tutto. Loro stessi ci raccontano che in fondo i giovani non hanno una terra ma sono nati nel campo profughi, i più vecchi invece avevano una casa, della terra da coltivare e ora non hanno più nulla.
Ansiosi di vedere cosa verrà fuori, continuiamo nei giorni successivi il nostro percorso con i ragazzi …
Vi faremo avere a breve altre notizie nel Report from IBDA’A, N° 2.