I lavori al laboratorio di Ustupu procedono con celerità. L’allestimento della camera oscura è terminato. L’accecante luce che pervade l’isola non ha reso facili le operazioni di oscuramento di una camera oscura. I Kuna osservano con serietà Emiliano, Gino e Saúl al lavoro e sembrano già non voler dimenticare neanche una mossa tra quelle che dovranno saper fare anche da soli più avanti.

Questa missione vede per la prima volta un allievo cresciuto nei laboratori FSF, il nicaraguense Saúl Palma Cruz, docente al di fuori del proprio laboratorio di appartenza, dove già da anni svolge il ruolo di insegnante. Saúl ha iniziato con un corso di fotografia per ragazzi di strada tenuto da Giorgio Palmera a Somoto nel 1997 ed oggi è, più che mai a tutti gli effetti, un operatore FSF a 360°.

L’esperienza con i Kuna si sta rivelando davvero unica; oltre al un gruppo di studenti, il rapporto con un’intera comunità che, nella piena conservazione della propria identità culturale, sa anche proiettarsi verso il futuro e che ci sta concedendo la propria fiducia assegnandoci un compito di raccolta e di divulgazione delle loro tradizioni orali. Qui sotto il report di Gino Bianchi ed Emiliano Scatarzi, con i quali siamo in contatto quotidianamente via mail.

Paola Riccardi ©RIPRODUZIONE RISERVATA

da Ustupu 02/02/2012

La costruzione della camera oscura è forse il momento più entusiasmante. Per giorni ci siamo confrontati con Onel e Jesùs per trovare un luogo adatto. Sono stati interpellati i Sahilas e il congresso amministrativo dell’isola, perché come sempre ogni decisione coinvolge l’intera comunità. Ora abbiamo a disposizione un ex-convento a lato della chiesa cattolica: una costruzione diroccata e in disuso, come la maggior parte delle costruzioni in cemento che s’incontrano disseminate per l’isola, che però fa al caso nostro. Ci sono due stanze: una più ampia per le lezioni di teoria e una più piccola, ideale per costruire la camera oscura.
La luce filtra da ogni parte: dalle finestre, costruite con assi di legno tagliate rozzamente, dalle feritoie nel muro, dal tetto. Cerchiamo ogni pertugio e con il cartone e tecniche improvvisate tappiamo ogni fessura. La stanza si fa sempre più buia, le ombre si allungano e il sole invadente dell’inverno caraibico viene costretto in un angolo, imbrigliato nel cartone. Ma non è abbastanza; nella camera oscura serve il buio totale: vernice nera alle pareti e utilizzando dei montanti di porte immaginarie costruiamo delle pareti con il panno nero che abbiamo comprato a Panama, con della plastica nera costruiamo una specie di tetto e con il nastro adesivo rifiniamo il lavoro. Ora è buio, quel buio totale che ci serve, il buio necessario per la magia della fotografia. Ingranditore, bacinelle, chimici, carta: è tutto pronto, il gioco di prestigio del dipingere con la luce può cominciare.

Gino Bianchi e Emiliano Scatarzi ©RIPRODUZIONE RISERVATA